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domenica 1 febbraio 2009

La pioggia nel pineto

la pioggianel pineto.jpgLa pioggia nel pineto
Taci. Su le soglie
del bosco non odo
parole che dici
umane; ma odo
parole più nuove
che parlano gocciole
e foglie lontane.
Ascolta. Piove
dalle nuvole sparse.
Piove su le tamerici
salmastre ed arse,
piove sui pini
scagliosi ed irti,
piove sui mirti
divini,
su le ginestre fulgenti
di fiori accolti,
sui ginestri folti
di coccole aulenti,
piove sui nostri volti
silvani,
piove sulle nostre mani
ignude,
sui nostri vestimenti
leggieri,
su i freschi pensieri
che l'anima schiude
novella,
su la favola bella
che ieri
l'illuse, che oggi m'illude,
o Ermione
Odi? La pioggia cade
su la solitaria
verdura
con un crepitio che dura
e varia nell'aria
secondo le fronde
più rade, men rade.

Ascolta. Risponde
al pianto il canto
delle cicale
che il pianto australe
non impaura,
nè il ciel cinerino.
E il pino
ha un suono, e il mirto
altro suono, e il ginepro
altro ancora, stromenti
diversi
sotto innumerevoli dita.
E immersi
noi siam nello spirto
silvestre,
d'arborea vita viventi;
e il tuo volto ebro
è molle di pioggia
come un foglia,
e le tue chiome
auliscono come
le chiare ginestre,
o creatura terrestre
che hai nome
Ermione.
Ascolta, ascolta. L'accordo
delle aeree cicale
a poco a poco
più sordo
si fa sotto il pianto
che cresce;
ma un canto vi si mesce
più roco
che di laggiù sale,
dall'umida ombra remota
. Più sordo e più fioco
s'allenta, si spegne.
Sola una nota
ancora trema, si spegne,
risorge, treme, si spegne.
Non s'ode voce del mare.
Or s'ode su tutta la fronda
crosciare
l'argentea pioggia
che monda,
il croscio che varia
secondo la fronda
più folta, men folta.
Ascolta.
La figlia dell'aria
è muta; ma la figlia
del limo lontane,
la rana,
canta nell'ombra più fonda,
chi sa dove, chi sa dove!
E piove su le tue ciglia,
Ermione.
Piove su le tue ciglia nere
sì che par tu pianga
ma di piacere; non bianca
ma quasi fatta virente,
par da scorza tu esca.
E tutta la vita è in noi fresca
aulente,
il cuor nel petto è come pesca
intatta,
tra le palpebre gli occhi
son come polle tra l'erbe,
i denti negli alveoli
son come mandorle acerbe.
E andiam di fratta in fratta,
or congiunti or disciolti
(e il verde vigor rude
ci allaccia i malleoli
c'intrica i ginocchi)
chi sa dove, chi sa dove!
E piove su i nostri volti
silvani,
piove sulle nostre mani
ignude,
sui nostri vestimenti
leggieri,
su i freschi pensieri
che l'anima schiude
novella,
su la favola bella
che ieri
m'illuse, che oggi t'illude,
o Ermione.


Gabriele D'Annunzio

La vittoria navale

vittoria navale.jpgSe quella ch'arma di sue grandi penne
la prua della trière samotrace
venir dee verso me che senza pace
persèvero lo sforzo mio ventenne,

non altrove ma fra le vive antenne
di questa selva nata dal focace
lito, in vista dell'Alpe che si tace
gloriosa di suo candor perenne,
l'attenderò dicendo: Ben mi vieni
dalla piaggia che i Càbiri nutrica,
dall'isola che sta di contro all'Ebro.
Io son l'ultimo figlio degli Elleni:
m'abbeverai alla mammella antica;
ma d'un igneo dèmone son ebro.

Gabriele D'Annunzio

I pastori

pastore.jpgSettembre, andiamo. E' tempo di migrare.
Ora in terra d'Abruzzi i miei pastori
lascian gli stazzi e vanno verso il mare:
scendono all'Adriatico selvaggio
che verde è come i pascoli dei monti.

Han bevuto profondamente ai fonti
alpestri, che sapor d'acqua natía
rimanga ne' cuori esuli a conforto,
che lungo illuda la lor sete in via.
Rinnovato hanno verga d'avellano.

E vanno pel tratturo antico al piano,
quasi per un erbal fiume silente,
su le vestigia degli antichi padri.
O voce di colui che primamente
conosce il tremolar della marina!

Ora lungh'esso il litoral cammina
la greggia. Senza mutamento è l'aria.
il sole imbionda sì la viva lana
che quasi dalla sabbia non divaria.
Isciacquío, calpestío, dolci romori.
Ah perché non son io cò miei pastori?

Gabriele D'Annunzio

lunedì 26 gennaio 2009

Dai il meglio di te

madreteresa222.jpgSe fai il bene, ti attribuiranno
secondi fini egoistici
non importa, fa' il bene.
Se realizzi i tuoi obiettivi,
troverai falsi amici e veri nemici
non importa realizzali.

Il bene che fai verrà domani
dimenticato.
Non importa fa' il bene
L'onestà e la sincerità ti
rendono vulnerabile
non importa, sii franco
e onesto.
Dà al mondo il meglio di te,
e ti prenderanno a calci.
Non importa, dà il meglio di te

           S. madre Teresa di Calcutta

 

domenica 25 gennaio 2009

La neve

neve.jpgScende la neve su la terra madre,
placidamente. E lei bianca riceve
la terra ne' suoi giusti ozi, da poi
che all'uomo copia di frutti ha partorito.
Guarda il bifolco splendere a' sudati
campi la neve, mentre siede al desco;

e a lui dal cuor la speme e dal bicchiere
sorride la primizia del vino.
Scendi con pace, o neve; e le radici
difendi e i germi, che daranno ancora
erba molta agli armenti, all'uomo il pane.
Scendi con pace, sì che, al novel tempo,
da te nutriti, lungo il pian ridesto,
corran qual greggia obbedienti i fiumi.

Gabriele D'Annunzio

Il vento scrive

vento_.jpgSu la docile sabbia il vento scrive
con le penne dell'ala; e in sua favella
parlano i segni per le bianche rive.

Ma, quando il sol declina, d'ogni nota
ombra lene si crea, d'ogni ondicella,
quasi di ciglia su soave gota.
E par che nell'immenso arido viso
della pioggia s'immilli il tuo sorriso.

Gabriele D'Annunzio

Le carrube

carrubo.jpgSettembre, son mature le carrube.
Or tu pel caldo mare di Cilicia
conduci dalla riva cipriota
la sàica a scafo tondo e a vele quadre.
Bonaccia, e nel saffiro non è nube.

Germa con sue maggiori quattro vele,
garbo o schirazzo, legni levantini
carichi di baccelli dolci e bruni

conduci verso l'isola dei Sardi.
E vien teco un odor di tetro miele.

La siliqua, che ingrassa la muletta
dall'ambio lene e in carestía disfama
la plebe dalla bianca dentatura,
lustra come i capelli tuoi castagni
mentre stai su la coffa alla vedetta.

Certo, d'olio di sesamo son unte
quelle tue ciocche in forma di corimbi.
Certo, ritrovi or tu nel gran dolciore
del Mar Cilicio l'obliato carme
che alla Cipride piacque in Amatunte.

Settembre, teco esser voremmo ovunque!

Gabriele D'Annunzio

giovedì 22 gennaio 2009

Breus

cavaliere.jpgUn fanciullo, incantato dalla vista di un cavaliere in armi bello,affascinato da questa figura credendo che fosse S. Michele,quindi volle seguire quell’uomo abbandona la casa, e per dieci anni sotto il nome falso di Breus, si copre di gloria, e fama divenendo il migliore dei cavalieri, Ma la mamma, per il dolore di quella partenza, muore; e quando egli una sera chiede ospitalità a una vecchia in una trascurata dimora è accolto da una giovinetta in lacrime,
Ella piange ogni volta che vede un cavaliere perché e ricorda il fratello che da dieci anni ha lasciato la casa, Li è restata lei, sola con la balia, Commosso, Breus, che altri non è che il fanciullo partito un giorno ormai lontano, si svela alla sorella, Il delicato racconto pascoliano, sempre tenuto su un accento di favola e di ingenuo coraggio, rivela il suo significato profondo negli ultimi versi:

 non c'è gloria che possa compensare il dolore mortale di una mamma,
Per poter abbracciare ancora la madre, Breus darebbe ora tutte le sue più belle vittorie i suoi trionfi e si accontenterebbe di strigliare umilmente il suo ronzino,

 Breus

Viveva con sua madre in Cornovaglia:
un dì trasecolò nella boscaglia.
Nella boscaglia un dì, tra cerro e cerro
vide passare un uomo tutto ferro.
Morvàn pensò che fosse San Michele:
s'inginocchiò: Signore San Michele,
non mi far male, per l'amor di Dio!
Né mal fo io, né San Michel son io.
No: San Michele non poss'io chiamarmi:
cavalier, sì: son cavaliere d'armi.
Un Cavaliere? Ma che cosa è mai?
Guardami o figlio e che cos'è saprai.
Che è codesto lungo legno greve?
La lancia: ha sete, e dove giunge, beve.
Che è codesta di cui tu sei cinto?.
Spada, se hai vinto; croce se sei vinto.
Di che vesti? La veste è pesa e dura.
E' ferro. Figlio, questa è l'armatura.
E tu nascesti già così coperto?.
Rise e rispose il cavalier: No, certo.
E chi la pose, dunque, indosso a te?
Chi può. Chi può?. Ma, caro figlio, il re!
Il fanciullo tornò dalla sua mamma,
e le saltò sulle ginocchia: Mamma,
mammina (cinguettò), tu non lo sai!
Ho visto quello che non vidi mai!
un uomo bello più del San Michele
ch'è in chiesa, tra il chiaror delle candele!.
Non c'è uomo più bello , figlio mio,
più bello, no, d'un angelo di Dio.
Ma sì, ce n'è, mammina, se permetti,
ce n'è mammina, cavalier son detti.
E io, mammina, voglio andar con loro,
e aver veste di ferro e sproni d'oro.
La madre a terra cadde come morta,
che già Morvàn usciva dalla porta;
Morvàn usciva e le volgea le spalle,
ed entrò difilato nelle stalle;
nelle stalle trovò sol un ronzino:
lo sciolse, vi montò sopra: in cammino.
Egli partì, ne salutò persona
eccolo fuori, ecco che batte e sprona:
eccolo già lontano dal castello,
dietro quell'uomo, ch'era così bello.
Dopo dieci anni, dieci tutti intieri,
Breus, il cavalier de' cavalieri,
sostò pensoso avanti a quel castello.
Era fradicio e rotto il ponticello.
Entrò pensoso nella corte antica:
c'era tant'erba, c'era tanta ortica.
Il rovo vi crescea come una siepe,
e la muraglia piena era di crepe.
L'edera aveva la muraglia invasa:
l'erba copria la soglia della casa.
E l'uscio era imporrito e tristo a mo'
di tomba. Egli picchiò, picchiò, picchiò..
Ecco alfine una donna, ecco una donna
antica e cieca, che gli aprì. Voi, nonna,
mi potete albergar per questa notte?.
Albergar vi si può per questa notte,
albergar vi si può di tutto cuore,
ma l'albergo non è forse il migliore.
Ché questa casa è tutta in abbandono
da che il figlio partì, dieci anni or sono.
Era discesa una donzella in tanto,
che appena lo guardò, ruppe in pianto.
Perché piangete, buona damigella?
perché piangete, cara damigella?
Io voglio dirvi, sire cavaliere,
io voglio dirvi, che mi fa dolere.
Un mio fratello che dieci anni fa
(ora sarebbe della vostra età),
ci abbandonò per farsi cavaliere.
Io piango appena vedo un cavaliere.
Se vedo un cavalier presso il castello,
piango pensando al mio dolce fratello.
Non avete la madre, o damigella?
non un altro fratello? una sorella?
Nessuno... almeno ch'io li veda in viso:
son, fratelli e sorelle, in paradiso.
Anche la mamma l'ha chiamata iddio
non c'è più che la nutrice ed io.
La mia madre morì dal dispiacere
quand'è partì per farsi cavaliere.
Ecco il suo letto presso il limitare,
ecco il suo seggio presso il focolare.
La sua crocetta porto sopra me.
Pel mio povero cuore altro non c'è.
Mise un singhiozzo il cavalier d'un tratto.
Ella il pallido alzò viso disfatto.
La damigella alzò con meraviglia
gli occhi che aveano il pianto sulle ciglia.
Iddio la mamma ancora a voi l'ha presa,
ch'ora piangete, che m'avete intesa?
Ancora a me la mamma prese Iddio;
ma chi gli disse: Prendila! fui io.
Voi? Ma chi siete? Qual'è il vostro nome?.
Morvàn il nome, Breus il soprannome.
O sorellina, io son pien di gloria:
ogni giorno ho contata una vittoria:
ma se potevo indovinar quel giorno,
che non l'avrei veduta al mio ritorno,
o sorellina, non sarei partito!
o sorellina, non sarei fuggito!
Oh! per vederla qui sul limitare,
per rivederla presso il focolare,
per abbracciare qui con te pur lei
le mie vittorie tutte le darei:
sarei felice, pur ch'a lei vicino,
di strigliar tuttavia quel mio ronzino

Giovanni Pascoli

La madre, Giuseppe Ungaretti

a mia madre ungaretti.jpgE il cuore quando d'un ultimo battito
Avrà fatto cadere il muro d'ombra,
Per condurmi, Madre, sino al Signore,
Come una volta mi darai la mano.
In ginocchio, decisa,

Sarai una statua davanti all'Eterno,
Come già ti vedeva
Quando eri ancora in vita.
Alzerai tremante le vecchie braccia,
Come quando spirasti
Dicendo: Mio Dio, eccomi.
Ricorderai d'avermi atteso tanto,
E avrai negli occhi un rapido sospiro.

Giuseppe Ungaretti

A mia madre

m.jpgNon sempre il tempo la beltà cancella
o la sfioran le lacrime e gli affanni
mia madre ha sessant'anni e più la guardo
e più mi sembra bella.
Non ha un accento, un guardo, un riso
che non mi tocchi dolcemente il cuore.
Ah se fossi pittore, farei tutta la vita

il suo ritratto.
Vorrei ritrarla quando inchina il viso
perch'io le baci la sua treccia bianca
e quando inferma e stanca,
nasconde il suo dolor sotto un sorriso.
Ah se fosse un mio prego in cielo accolto
non chiederei al gran pittore d'Urbino
il pennello divino per coronar di gloria
il suo bel volto.
Vorrei poter cangiar vita con vita,
darle tutto il vigor degli anni miei
Vorrei veder me vecchio e lei...
dal sacrificio mio ringiovanita!

di De Amicis

le mani della mamma

Le mani della mamma lavorano dall'alba
a notte fonda e riposano soltanto quando
ella dorme.
donna.jpg

Le sue mani carezzano, consolano, lavano,
rammendano, stirano, preparano i cibi.
Si levano ad ammonirmi se sono cattivo,
a benedirmi, se ho bisogno
di incoraggiamento o di soccorso.

B. Paltrinieri

La Madre

madre.jpgLei certo l'alba che affretta rosea
al campo ancora grigio gli agricoli
mirava scalza co 'l piè ratto
passar tra i roridi odor del fieno.

Curva su i biondi solchi i larghi omeri
udivan gli olmi bianchi di polvere
lei stornellante su 'l meriggio
sfidar le rauche cicale a i poggi.

E quando alzava da l'opra il

turgido
petto e la bruna faccia ed i riccioli
fulvi, i tuoi vespri, o Toscana,
coloraro ignei le balde forme.

Or forte madre palleggia il pargolo
forte; da i nudi seni già sazio
palleggialo alto, e ciancia dolce
con lui che a' lucidi occhi materni

intende gli occhi fissi ed il piccolo
corpo tremante d'inquïetudine
e le cercanti dita: ride
la madre e slanciasi tutta amore.

A lei d'intorno ride il domestico
lavor, le biade tremule accennano
dal colle verde, il büe mugghia,
su l'aia il florido gallo canta.

Natura a i forti che per lei spregiano
le care a i vulghi larve di gloria
così di sante visïoni
conforta l'anime, o Adrïano:

onde tu al marmo, severo artefice,
consegni un'alta speme de i secoli.
Quando il lavoro sarà lieto?
Quando securo sarà l'amore?

quando una forte plebe di liberi
dirà guardando nel sole: Illumina
non ozi e guerre a i tiranni,
ma la giustizia pia del lavoro?

Giosuè Carducci

domenica 18 gennaio 2009

Ogni uomo, è mio fratello

ogni uomo è mio fratello.jpg(massime)

Il tempo cresce le conoscenze e assottiglia le amicizie.

I primi amici sono i vicini di casa.

I piccoli regali mantengono le amicizie.

L’ amico lo si onora in presenza,

lo si loda in assenza,

lo si aiuta nell’indigenza.  (Cantù )

 SEI TRISTE? Cerca una persona da consolare e ti sentirai meno triste.

Se si pensasse più a far bene, che a star bene, si finirebbe tutti

 

per star meglio. (Manzoni )

La gioia è maggiore  nel dare che nel ricevere. E già gran male, non fare del bene.

Vuoi essere felice ? Dona!
Vuoi essere più felice? Donati!

Non giudicare e non sarete giudicati.
Non aver paura della verità anche se ti costasse molto.
Nulla è facile al mondo. Ciò che vale si conquista col sudore e con la fatica.

Chi sarà più felice e più contento? Quello che vive a stento, ma già in core una fede e una speranza, o quello che ragiona co’ la panza e se ne frega d’ogni sentimento? ( Trilussa  )

 Il perder tempo a chi più sa più spiace.

Chi fa, qualche volta sbaglia, chi non fa sbaglia sempre.
 
L’uomo di iniziativa non aspetta gli ordini, vede ciò che si può fare e lo fa. (D. Cimatti )

Prima il dovere poi il piacere.

C’è chi cerca il posto ma non il lavoro.

Organizzando si crea, brontolando si distrugge.

L’onestà è la più grande furberia.

Il mondo è più pericoloso quando lusinga che quando spaventa.

Spesso sbagliamo, non scoraggiamoci. Comportiamoci sempre  secondo coscienza.

Molte volte si riesce a perdonare. Bene sarebbe  riuscire a dimenticare.

Non fare agli altri quello che non vorresti fosse fatto a te.

Noi portiamo una lampada attaccata alla schiena, ma rischiara solo il cammino percorso. (Confucio )

Anno nuovo...anche per chi soffre.

Signore Gesù.jpgSignore, insegnaci a non amare noi stessi,
a non amare soltanto i nostri,
a non amare soltanto quelli che amiamo.
lnsegnaci a pensare agli altri
ed amare in primo luogo quelli che nessuno ama.
Signore, facci la grazia di capire che ad ogni istante,
mentre noi viviamo una vita troppo felice,
protetta da Te,

ci sono milioni di esseri umani,
che sono pure tuoi figli e nostri fratelli,
che muoiono di fame
senza aver meritato di morir di fame,
che muoiono di freddo
senza aver meritato di morire di freddo.
Signore,
abbi pietà di tutti i poveri del mondo.
E non permettere più,
Signore,
che noi viviamo felici da soli.

             Raoul Follereau

venerdì 16 gennaio 2009

Eravamo sette sorelle

fontana_spagna_.jpgEravamo sette sorelle,
Ci specchiammo alle fontane:
eravamo tutte belle.
Fiore di giunco non fa pane,
mora di macchia non fa vino,
filo d'erba non fa panno lino -
la madre disse alle sorelle .
Ci specchiammo alle fontane:
eravamo tutte belle.
La prima per filare
e voleva i fusi d'oro;
la seconda per tramare

e voleva le spole d'oro;
la terza per cucire
e voleva gli aghi d'oro;
la quarta per imbandire
e voleva le coppe d'oro;
la quinta per dormire
e voleva le coltri d'oro;
la sesta per sognare
e voleva i sogni d'oro;
l'ultima per cantare,
per cantare solamente
e non voleva niente.
Fiore di giunco non fa pane,
mora di macchia non fa vino,
filo d'erba non fa panno lino
la madre disse alle sorelle.
Ci specchiammo alle fontane:
eravamo tutte belle.
E la prima filò
torcendo il suo fuso e il suo cuore,
e la seconda tramò
una tela di dolore,
e la terza cuci
una camicia attossicata,
e la quarta imbandì
una mensa affatturata,
e la quinta dormi
nella coltre della morte,
e la sesta sognò
nelle braccia della morte.
Pianse la madre dolente,
pianse la mala sorte.
Ma l'ultima cantò
per cantare per cantare
per cantare solamente
ebbe la sorte bella.
Le sirene del mare
la vollero per sorella.

Gabriele D'Annunzio

martedì 13 gennaio 2009

In te la terra

innamorati.gifPiccola
Rosa,
rosa piccolina,
a volte,
minuta e nuda,
sembra
che possa richiuderti  in essa
e portarti alla bocca,
ma

d’improvviso
i miei piedi toccano i tuoi piedi e la mia bocca le tue labbra,
sei cresciuta,
le tue spalle salgono come due colline,
i tuoi seni si muovono sul mio petto,
il mio braccio riesce appena a circondare la sottile
linea di luna nuova che ha la tua cintura:
nell’amore come acqua di mare ti sei scatenata:
misuro appena gli occhi più ampi del cielo
e mi chino sulla tua bocca per baciare la terra.


                                Pablo Neruda

Qui ti amo...

Qui ti amo.jpgQui ti amo.
Negli oscuri pini si districa il vento.
Brilla la luna sulle acque erranti.
Trascorrono giorni uguali che s’inseguono.

La nebbia si scioglie in figure danzanti.
Un gabbiano d’argento si stacca dal tramonto.
A volte una vela. Alte, alte, stelle.

O una croce nera di una nave.
Solo.

A volte albeggio, ed è umida persino la mia anima.
Suona, risuona il mare lontano.
Questo è un porto.
Qui ti amo.
Qui ti amo e invano l’orizzonte ti nasconde.
Ti sto amando anche tra queste fredde cose.
A volte i miei baci vanno su quelle navi gravi,
che corrono per il mare verso dove non giungono.
Mi vedo già dimenticato come queste ancore.
I moli sono più tristi quando attracca la sera.

La mia vita s’affatica invano affamata.
Amo ciò che non ho. Tu sei così distante.
La mia noia combatte con i lenti crepuscoli.
La luna fa girare la sua pellicola di sogno.

Le stelle più grandi mi guardano con i tuoi occhi.
E poiché io ti amo, i pini nel vento
Vogliono cantare il tuo nome con le loro foglie di filo
Metallico.


                              Pablo Neruda

 

sabato 10 gennaio 2009

La guida di Trilussa

trilussa fede.jpg

Quella vecchietta ceca, che incontrai
la notte che me spersi in mezzo ar bosco,
me disse:Se la strada nù la sai,
te riaccompagno io, chè la conosco.
Se ciai la forza de venimme appresso,
de tanto in tanto te darò una voce
fino là in fonno, dove c’è un cipresso,
fino là in cima dove c’è la croce…”
 

Io risposi: “Sarà…ma trovo strano
Che me possa guidà chi nun ce vede…”
La ceca allora me pijo la mano
E sospirò: “ cammina! “Era la fede.

 

 

La fede non è contro la ragione, ma sopra la ragione.

La fede senza le opere è sterile.

Le cose umane bisogna capirle, le cose divine bisogna amarle per capirle.  (Pascal)

Oggi si discute tanto sulla fede. Ma la fede non va discussa, va vissuta.

 

venerdì 9 gennaio 2009

felicità

ape.jpg
Felicità

C''è un ape
che si posa
su un bottone
di rosa:
lo succhia
se ne va..
Tutto sommato,
la felicità
è una piccola cosa.
                      
Trilussa

la bolla di sapone

la bolla di sapone.jpg

La bolla di sapone                                                  

Sai che cos'è una bolla di sapone?
L'astuccio trasparente di un sospiro.
Uscita dalla canna vola in giro,
ballonzolando senza direzione,
per farsi dondolar, come che sia,
dall'aria stessa che la porta via.
Una farfalla bianca, un certo giorno,
vedendo quella palla cristallina,
che rifletteva come una vetrina
tutte le cose ch'essa aveva attorno,
le andò incontro e la chiamò: -Sorella!
Fatti ammirare! Oh, come sei bella!
Son bella, si, ma duro troppo poco.
La vita mia, che nasce per un gioco
come la maggior parte delle cose,
sta chiusa in una goccia. Tutto quanto
finisce in una lacrima di pianto.